AD 80ANNI DAL TERREMOTO UN VIDEO INEDITO

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speciale193080 anni sono passati da quel terremoto che segnò il territorio col sangue. In ricordo di quei momenti l’associazione LiberaMente vuole ricordare quell’apocalisse a cui conseguì una massiccia emorragia migratoria.
In questa pagina in esclusiva un filmato dell’Istituto Luce che racconta danni e ricostruzione a Rocchetta Sant’Antonio del Il terremoto del Monte Vulture.

ECCO IL VIDEO
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Ecco la commovente cronaca di Luigi Chicone recensita da http://www.lacedonia.com

T E R R E M O T O   1930

DA “IL TERREMOTO E IL VULTURE e UN EPISODIO DEL TERREMOTO”

di Luigi Chicone

LA FATALE NOTTE DEL 22 – 23 LUGLIO

Era una sera tranquilla quella sera del 22 luglio. In piazza F. De Sanctis i ragazzi giocavano a “un’ ‘mbonda la luna”; quelli più grandi passeggiavano discutendo ad alta voce; altri, invece, preferivano godersi meglio la frescura sedendosi sugli scalini del Seminario o magari per terra.

Nella campagna illuminata dalla intermittente luce di migliaia di lucciole ed allietata da una grande orchestra di grilli, riposavano i contadini dopo una intensa e sfibrante giornata di lavoro sotto i cocenti raggi del sole: era il tempo della trebbiatura!

Verso la mezzanotte la gente in paese non era ancora andata a letto; sedeva sui gradini della propria casa e chiacchierava col vicino. Il cielo era trapunto di stelle e, nella sua apparente immobilità, qualcosa accadde che certamente non sfuggì agli occhi di molti, come non sfuggì a quelli della vecchietta Giuseppina Pio, nonna di don Antonio Pio; ella vide una stella che rapidamente si mosse nel cielo lasciando una lunga scia luminosa. Quella vecchietta interpretò l’accaduto come un segno premonitore di prossima fine del mondo, di terremoto o peste.

Raccontano i vicini di casa (tra i quali Cardellicchio Carmelinda nata Chicone), che la vecchietta gridò ad alta voce di non andare a letto perché aveva il presentimento che qualcosa, durante la notte, sarebbe accaduto; ma non gli dettero ascolto.

Dopo la mezzanotte ci fù una calma assoluta rotta di tanto in tanto dagli strani latrati dei cani, dal canto dei galli nei pollai e dall’inquietudine degli animali nella stalla. La luna sembrò coprirsi di un velo rossastro.

“Si levò improvvisamente un vento caldo – raccontava Pasquale Pagliuca, che quella notte si trovava nella tenuta Piloni (Macchia del Lupo) – accompagnato da un rombo cupo, che terminò con una forte scossa ondulatoria e sussultoria”.

“Poco dopo la mezzanotte – ricorda Rosa Bianco nata Auterio – udii un gran rumore di travi e di tegole che “ballavano”; non sapevo di che cosa si trattasse: Subito dopo sentii bussare alla porta con un bastone: era “zio” Raffaele Fusco, che abitava a fianco; egli gridò: “Antonia. Antò! Auzete, auzete; è fatt lu tarramot !”.

” Sentii tremare il letto – racconta l’insegnante Leonardo D’Agostino – poi la finestra si spalancò; il pavimento sprofondò e con esso il cassone, che sollevò un grande polverone asfissiante”.

Era il terremoto!

Svegliati nel cuore della notte, i lacedoniesi vissero attimi terribili: grida di feriti, urla disperate dei sepolti vivi, rantoli di agonizzanti, pianti di superstiti per il grande spavento e per la perdita dei loro cari.

Mancava la luce elettrica. Intorno ai superstiti c’erano distruzione e morte, macerie e calcinacci.

Ai primi chiarori dell’alba ancora più tetra si presentò la scena del disastro. Sembrava che il paese fosse stato colpito, durante la notte, da un bombardamento. Il senso dell’orrenda catastrofe non lo davano soltanto i tetti e i muri crollati, i cadaveri insepolti e ancora da tirar fuori dai mucchi di pietra; lo si poteva leggere anche sul volto dei superstiti, di coloro che, scampati in tempo, per tutta la notte avevano vagato ancora storditi dal grande spavento, e stavano lì, lo sguardo fisso al cumolo di pietre, con le narici e i capelli ancor pieni di calcinaccio, nella stessa condizione di chi, ricevuto un forte colpo, non piange finchè non comincia il dolore; ed essi non piansero fino a quando non capirono che non avevano più casa, nè i propri cari; quando cioè quel mucchio di macerie in cui era stata ridotta la propria casa non cessò di essere un’illusione per diventare una cruda realtà.

In quel tragico giorno non v’era creatura che non piangesse un congiunto, non v’era persona che desistesse dal frugare disperatamente fra i rottami, dal rimuovere, con le proprie mani che sanguinavano e le braccia ormai rotte, le macerie, che schiacciarono una mamma, un padre, un figlio, un parente.

I superstiti si aggiravano stravolti, distratti, inedebiti, quasi un’improvvisa follia ne avesse distesi i lineamenti in una maschera raccapricciante fra quelle rovine chiazzate di sangue, fra quelle case ove sembrava essersi svolta una cruenta battaglia. Regnava tutt’intorno il pianto, il lutto ed il terrore; e una pietà immensa spirava da tutte le cose.

Ed ecco cosa scrisse Herman Carbone (1):

“A Lacedonia, dunque, anche lo stesso destino. Pochissime case, forse quaranta, sono rimaste in piedi…Dei vecchi quartieri del paese nessuno è scampato al cruento disastro, chè le macerie, i morti, i feriti, sono disseminati dovunque. Anche a Lacedonia si ha come l’impressione di trovarsi in zona di guerra, poi che le profonde buche, le spaventose voragini d’ogni dimensione, la somigliavano a una sterminata trincea ove sia scoppiata una gigantesca Santa Barbara; ove, nel sangue affoghi un carnaio umano.

Strage e rovina….A pochi metri è una donna che scelte fra le macerie, alcune quadrate e comode pietre, riponendo un’impressionante cura in ogni gesto, ne forma un sedile sul quale riposa. Ma guarda per terra; non ha un sorriso, una parola, un gemito; sembra di pietra anch’essa. Me le appresso stupito….la donna guarda senza vita un cadavere informe”.

Crollarono, quindi, molte case in cui la nostra gente viveva quieta, operosa, patriarcale, del tutto ignara di dover essere travolta dalla rapidità d’un cataclisma.

Racconta l’insegnante D’Agostino:

“Tutte le strade erano ingombre. Le case erano crollate, spaccate. Quando giunsi in Corso del Sole trovai la povera “Mammciò”, la moglie di Alfonso Paglia, il vecchio organista, che dalla finestra di casa sua chiedeva disperatamente aiuto. In Piazza F. De Sanctis vidi centinaia di persone che urlavano, si lamentavano, si spingevano, litigavano, si rinfacciavano; molti erano sdraiati a terra e rantolavano; altri si abbracciavano. Mi diressi versi l’Istituto Magistrale; anche là folla, urli, pianti, strilli; non se ne capiva niente. Solo all’alba potetti rendermi conto della grande sciagura che si era abbattuta su Lacedonia; le case erano crollate, altre smozzicate, sgretolate, e ciò che rimaneva in piedi, costituiva maggior pericolo.

La gente correva di quà e di là senza sapere dove, con la morte dipinta sul volto. Vi erano madri che stringevano al petto i loro pargoli; uomini che portavano altri bambini per mano; cani, gatti, maiali, muli, capre, che, scampate alla morte durante la notte, scappavano in tutte le direzioni.

Ben 185 furono le vittime ufficialmente accertate (2); i feriti oltre 600; un numero imprecisato, ancora in vita, venne estratto dalle macerie: Una bimba (3) di tre anni fu rinvenuta a distanza 72 ore dalla catastrofe e fu restituita alla vita per merito del Tenente Torracci, del Milite Brusi e del Dott. Giuseppe Sirignano.

Il lavoro di scavo per il recupero dei sepolti vivi continuò febbrilmente specie quando verso sera giunse a Lacedonia il primo Gruppo del 10° Reggimento Artiglieria pesante campale con a capo il Colonnello Principe Biondi Morra Francesco a cui era stato affidato il comando di tutto il settore disastrato che venne diviso in zone. Il comando della zona di Lacedonia  fu affidato al Tenente Colonnello Lombardi Cav. Nardi.

I soldati appena giunsero furono messi a far da “beccamorti”. Che spettacolo orrendo! Ogni tanto tiravano un cadavere dalle macerie e lo coprivano con una coperta. Per mancanza di bare i soldati seppellivano i morti coprendoli con la nuda terra dopo averli cosparsi con calce vergine. Poveri morti! Non avevano altro conforto che la nuda terra e il pianto dei superstiti costretti a guardarli da lontano. “Tra essi – ricorda il D’Agostino trattenendo qualche lacrima – c’erano pure i due miei compagni Mario Clemente e Gaetano Autorino con i quali fino a mezzanotte avevo giocato in piazza alla “Balalibera e ad ‘Un ‘mbonda la Luna”.

Per il mirabile slancio di solidarietà dei soldati il Consiglio Comunale, riunitosi per la prima volta (il 3-8-1930) dopo il moto tellurico, nell’Ufficio provvisorio di segreteria al Corso Aquilonese, deliberò quanto segue:

“1. Sono nominati cittadini onorari di Lacedonia fascista il principe Colonnello di Artiglieria Biondi Morra Francesco e il Tenente Colonnello Lombardi Cav. Nardi.

2. E’ istituito presso il Comune di Lacedonia l’albo d’oro ove saranno consacrati tutti i nomi degli ufficiali e dei soldati del I Gruppo del 10° reggimento Artiglieria pesante campale venuto quì in soccorso dei sinistrati, nonchè i nomi di ufficiali e Militi dell’Arma dei R.R.C.C. e della M.V.S.N. che diedero il loro prezioso e immediato aiuto. Fir/to Podestà Cerchione”.

Prestò il suo valido aiuto nel nostro comune, nei giorni 27 e 28 luglio 1930, anche una squadra di pompieri di Napoli al comando del tenente ingegniere Gherardo Grippo, meritandosi, con delibera del 10/3/1931 una ricompensa al valor civile con l’assegnazione di una medaglia d’argento.

Molti furono i lacedoniesi  che si distinguero per atti di coraggio anche se pochi sono stati ufficialmente menzionati nelle delibera del 13/2/1931 e proposti per ricompensa al valor civile.

Una medaglia di bronzo fu assegnata a Giglio Michele per aver tratto “in salvo numerose persone rimaste sepolte tra le macerie”.

Per la medaglia d’argento furono proposti:

1. Giannetti Rocco fu Ferrante di anni 51 (barbiere) per aver salvato Bizzarri Saverio e sua moglie Saponiero Giovina, Bizzarri Luisa e Cardellicchio Giuseppina.

2. Sessa Domenico di Michele (ramaio) di 19 anni per aver salvato la famiglia del prof. Ferrante Donato fu Enrico, rimasta sotto le macerie.

3. Quatrale Rocco di Giuseppe di anni 40, (oste) per aver salvato Troia Rosina, Francavilla Michele, Rinaldi Pasqualina, Pandiscia serafina, Lo Buono Maria, Zicola Maria, La Stella Silvio e sua moglie, Di Stefano Alfonso, Zichella Raffaele, Auterio Concetta, e Monaco Elena.

Il Re Vittorio Emanuele e le Principesse di casa Savoia vollero portare personalmente anche il loro conforto alla nostra Irpinia. Il Re percorse in lungo ed in largo tutta la provincia confortando, informandosi, dando disposizioni, rendendosi conto personalmente di tutto il disastro e di tutte le necessità, stette a Lacedonia e a Bisaccia, ad Aquilonia e a Villamaina, sulle verdeggianti colline della Baronia e negli ospedali di Avellino i cui servizi di assistenza e di soccorso ai feriti e agli orfani erano stati organizzati sotto gli ordini e sotto la sorveglianza della Duchessa D’Aosta.

____________

(1) Hermann Carbone: “Irpinia Fascista”, 29 luglio 1930.

(2) Dal Registro degli Atti di Morte dell’anno 1930; questi i dati ufficiali; molti lacedoniesi, invece, ritengono che i morti dovettero essere più di 200.

(3) Si tratta della signora Enza Scarano in Franciosi.

*Pagina realizzata con la collaborazione di M.Scarano


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